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personaggi che in vario modo hanno segnato la vita della zona.
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q
RELAZIONE SUI RESTAURI
MAGGIO 2001 (Dott.ssa Lea
GHEDIN - Studio Fenice Restauri)
q
SAN GIORGIO IN VALPERGA: LA
COMETA SENZA CODA di Mario Emilio Corino
q
SAN GIORGIO. UNA STORIA SOTTO LA LEGGENDA di Costanza M.
Tibaldeschi (AURI FOLIA p.s.c.a r.l. )
q NOTIZIE GENERALI
SULLA CHIESA E SULL’ASSOCIAZIONE di Mario Pent
q Relazione sull’attività dell’Associazione nel periodo 1997-2002 (Dicembre 2002) di Mario Pent
q LA NUOVA CAPPELLA INVERNALE DELLA CHIESA
PARROCCHIALE di don Domenico Catti
q RIFLESSIONI SUL CONCORSO
FOTOGRAFICO 2004
q GIORGIO ANSELMI di Mario Pent
Relazione
sui restauri Maggio 2001
(Dott.ssa Lea GHEDIN - Studio
Fenice Restauri)
L'intervento è cominciato dalla quinta cappella di destra
per proseguire sulla parete corrispondente all'esterno per i lavori di
conservazione del cotto e delle poche tracce rimaste dei dipinti murari.
Purtroppo negli anni questi ultimi si sono deteriorati in modo pressoché
irrecuperabile. Su questa parete troviamo fregi in terracotta ad ornare la
sommità della parete e le monofore quattrocentesche, circondati da figure di
santi di grandi proporzioni ormai molto deteriorati: esiste un'incisione che ne
riporta i contorni con precisione, eseguita nel secolo scorso, trasmessa
Naturalmente gli affreschi che un tempo ornavano
l'esterno della chiesa hanno risentito vistosamente dell'esposizione agli
agenti atmosferici: tanto il settecentesco San Giorgio del timpano che gli
affreschetti della canonica, come i santi quattrocenteschi del lato meridionale
sono ormai divenuti larve di ciò che solo cinquanta anni fa era ancora
visibile, con perdite della pellicola pittorica e sfaldamento degli intonaci.
I lavori sono cominciati con un'accurata campagna fotografica, seguita da un
rilevamento grafico delle tecniche di esecuzione e dei danni: tracce di
scialbo, ritocchi, vecchie stuccature, distacchi, cadute, perdite, colpi di
bisturi, efflorescenze. Soprattutto con luce radente, allo scopo di ottenere
notizie precise ed esaurienti sulla tecnica pittorica utilizzata. E' stata
individuata la fase del disegno preparatorio in modo da pilotare oculatamente
le scelte successive: sotto osservazione il grado di levigatura degli intonaci,
l'alternanza del colore dato a fresco e di quello dato a secco,la successione
delle giornate, gli interventi precedenti. Le indagini sono proseguite con
analisi della temperatura e umidità presente nelle murature, nonché
analisi qualitative e semiquantitative dei sali presenti,volte ad acquisire maggiori
informazioni sul degrado dovuto alla risalita di umidità capillare e per poter
verificare i risultati dell'installazione dell'apparecchiatura Murtronic.
In contemporanea sono stati svolti saggi di pulitura su tutte le superfici
presenti, dalla volta allo zoccolo, all'altare, in modo da individuare con
precisione le stratificazioni di materiali non originali. La superficie
pittorica degli affreschi è principalmente alterata da tracce di scialbo mal
rimosso, in zone ancora piuttosto estese; ritocchi pesanti a calce e a tempera
magra del precedente intervento finiscono col deviare la percezione delle
immagini e la loro conseguente buona lettura. Abbiamo potuto constatare che con
il ritocco si sono inoltre nascosti tutti i colpi di bisturi provocati alla
superficie nel tentativo di rimuovere, con i pochi mezzi di allora, gli scialbi
di calce.Dopo gli accertamenti di primo esame e la visita della D.L: dott.
Bertolotto, si procede con la pulitura delle superfici per rimuovere tutto ciò
che è estraneo al dipinto, ne limita la leggibilità e risulta nocivo alla sua
conservazione.
Come primo intervento è stato necessario eliminare il particellato atmosferico
di varia natura portato sulle superfici dai movimenti dell'aria e dai cicli di
evaporazione e di condensazione. Al piano terra si sono subito fissati i
fenomeni di pulverulenza più gravi mediante nebulizzazioni fatte seguire da
fissaggi trramite carta giapponese, in modo da poter respingere nella posizione
originaria i vari frammenti: chiaramente si farà l'intervento quasi a fine
lavori, per seguire una logica operativa, ma queste zone erano ad alto rischio
e dovevano essere messe in sicurezza. La pulitura è risultata efficace solo
mediante l'uso di resine a scambio ionico, con impacchi la cui durata viene
stabilita di volta in volta a seconda dello stato di conservazione e del tipo
di pigmento usato.
Nel corso del lavoro è anche emerso che la maggior parte delle arcate a fondo
rosso è stata completamente rifatta , demolendo i lacerti di intonaco danneggiato
e riproponendo la decorazione originale su nuovo intonaco, sul quale è
diventata ad affresco, se non in poche zone, dipinte evidentemente quando
l'intonaco era già troppo asciutto ed oggi estremamente incoerenti. In
particolare la parete Est sembra aver risentito di danni dovuti ad acqua di
infiltrazione, risalenti al tempo in cui questa parete era ancora all'aperto:
tali danni sono leggibili anche sul rosone in cotto, dove gli elementi
superiori sono stati talmente danneggiati da richiedere la sostituzione.
Nel corso dell'intervento si sono così rivelati
particolari prima alterati o invisibili, come il cartiglio della figura di San
Pietro, molto più ampio rispetto a prima, e tracce della doratura dell'aureola,
indice di particolare preziosità ed accuratezza dell'esecuzione. Anche la
fascia superiore del fronte dell'altare doveva essere decorata con foglia
d'argento, come è testimoniato dalla preparazione in arancio e dalle tracce
nerastre del prezioso metallo, spesso utilizzato in zone secondarie per sostituire,
in modo più economico, opportunamente verniciato, l'oro.
Si è potuto anche meglio comprendere dove una pulitura passata, troppo
aggressiva, ha causato incredibili danni alla superficie, ancora oggi visibili,
per scolature sul lato dell'altare e in volta, dove si sono persi i bellissimi
e pregiati cieli azzurri (solo poche tracce sono emerse sui fondi). La zona in
assoluto più difficile e più danneggiata è proprio la volta, dove i danni alle
coperture sembrano essere stati responsabili fin dall'antico di sollevamenti e
cadute della pellicola pittorica, che si manifesta molto deteriorata anche al
di sotto dello scialbo: chiaro segno della successione delle vicissitudini
conservative.
Mentre le pareti sono ormai completamente pulite e pronte per accogliere il
ritocco , la volta richiede ancora molto lavoro, lungo e paziente. Il film
pittorico viene consolidato, anche talvolta--a scopo preventivo--prima della
pulitura, con l'applicazione di resine acriliche per risparmiare dagli agenti
più aggressivi le zone più fragili. Per ripristinare il perduto collegamento
materico tra gli strati di intonaco le sacche interne sono riempite con
iniezioni di malte idrauliche sfruttando fessurazioni e lacune già presenti.
Nei saggi si sono fatte anche le stuccature con malte di calce stagionata per
restauro a basso contenuto salino a cui sono addizionati inerti di opportuna
granulometria e coloritura--quali sabbie e polveri di marmo colorate-, per la
creazione di giunti strutturalmente equilibrati con l'originale ed in grado di
sostenere il ritocco a rigatino. Se le lacune cadono in zone dove il disegno è
di tipo seriale, si possono ricucire completamente per mezzo di tecniche di
integrazioni " filologiche", quali il rigatino ad acquerello, ma la
maggior parte del ritocco viene fatta per limitatissime velature, che devono
mascherare le cadute della pellicola pittorica e ridare unità alla cromia
originale.
Breve relazione a fine lavori navata di
destra - restauro dipinti
Luglio 2002
I lavori di restauro degli affreschi relativi alla 3a
e 4a cappella sono iniziati il
Già in passato, in una fase pre-secentesca, i dipinti dovevano mostrare
seri danni: alcune ridipinture, sui costoloni come anche alcuni dettagli della
vegetazione delle Vele della volta,sembrano attestarsi in una fase precedente
l'imbiancatura; i problemi erano particolarmente gravi nelle volte, dove gli
estesi danni ed i rifacimenti anche nel cotto sembrano testimoniare
infiltrazioni consistenti e perduranti dalle coperture fin da epoca molto
antica. Il resto dei danni potrebbero essere avvenuti sia negli anni di
abbandono che nell'intervento precedente, dove tecniche e materiali di
intervento non avevano raggiunto la raffinatezza conquistata negli ultimi anni.
La tecnica impiegata in origine per la stesura delle
pitture non era delle più durature: sopra una base ad affresco, il 90% della
pittura era stata stesa a calce o con colle, una tecnica che risente piuttosto
velocemente del contatto con acqua. Nella mentalità dei restauratori di ormai
più di mezzo secolo fa, tali mancanze, e la durezza degli scialbi bianchi, non
potevano che essere risarciti con un pesante ritocco, che nel tempo, anche a
causa delle alterazioni dei leganti, avevano reso le pitture a chiazze, sorde e
confuse.
L 'intervento di quest'anno ha riportato le superfici alla pellicola
originaria; quello che ora vediamo è, nonostante le lacune e la mancanza di
dettaglio, quanto fu fatto dai pittori della fine del '400, senza
sovrapposizioni arbitrarie: così hanno recuperato leggibilità i profeti
e parzialmente le scritte dei cartigli, prima abbondantemente ripassate; le
bellissime costruzioni goticheggianti dei troni, i cieli dalle nuvole
spiraleggianti, le cornici che rifiniscono i cotti, si sono scoperte tracce
di una particolare lavoraziane per imitare le stoffe negli abiti dei Padri
della Chiesa e di argento sulla veste rossa del Cristo 'vittorioso',
tali da lasciar immaginare la ricchezza decorativa del ciclo pittorico appena
terminata l'esecuzione.
Innumerevoli tracce di scialbo tenacissimo è stato rimosso
pazientemente, come da tutte le altre superfici, da resine a scambio ionico,
gel chelanti di nuovissima concezione ed un'accuratissima rifinitura a punta di
bisturi.
Molte erano la superfici che i precedenti restauratori si erano trovati
a dover completamente rifare: tutte le arcate con motivi vegetali su fondo
rosso e ben la metà dell' arcone verso la precedente cappella hanno non solo il
dipinto, ma anche le malte degli intonaci completamente sostituite. Si è scelto
di mantenere tali rifacimenti dato che al di sotto non ci sarebbe stato più
nulla, come verificato dai sondaggi.
Nella 3a cappella si sono ritrovate le originarie decorazioni
ed hanno preso risalto le preziose aureole della Madonna in Trono e del San
Bartolomeo, rilevate con accuratezza, un tempo senz'altro dorate, il paesaggio,
ormai dai colori surreali per la perdita degli azzurri e dei verdi, stesi a
secco, e lascianti ora emergere i toni della preparazione stesa a secco, dalle
tonalità dal rosso al nero al bordeaux.
Dettagli un tempo 'particolari', come la zucca in
spalla al San Giuseppe della Fuga in Egitto - che è tornata ad essere un sacco
-, trovano migliori spiegazioni, e si possono recuperare alla lettura
particolari importanti. Nella scritta sopra il Velum teso dietra la Sacra
rappresentazione, per esempio, compare la preziosa datazione del dipinto, 1471,
anno della morte del committente.
La grande lacuna che cancella la metà a destra della lunetta viene spiegata
dalle foto più antiche: in passato era stata aperta - distruggendo
inconsapevolmente il dipinto - una finestra rettangolare, ad asola, dopo
aver chiuso la monofora fittile, ora di nuovo in luce con buona parte degli
elementi originari.
Tutte le decorazioni della volta e degli archi,
elegantissime, con elementi vegetali e specchiature a finto marmo, erano state
pesantemente ridipinte: ed hanno ritrovato ora l'antica freschezza.
Gli apostoli rappresentati negli arconi, di
splendida qualità, hanno ritrovato la grafia originaria dei cartigli, dove
alcune parole erano state addirittura modificate alla luce di un latino
classico, ben diverso da quello quattrocentesco.
La 4a cappella assomiglia in tutto e per tutto,
dall'impianto decorativo all'esito conservativo, alla 5a: si sono
persi i dettagli che perfezionavano la prima stesura, tranne per pochi
particolari che - sebbene un po' annebbiati - sono ora quelli originari: i
troni e gli angeli, i manti, i cieli con quelle strane emanazioni
'tentacolate'. Anche qui i colori sono deviati dall'aver perso gli strati
azzurri e verdi, incupendo le varie rappresentazioni.
Probabilmente le coperture in questa zona avevano ricevuto una scarsa
manutenzione, consentendo infiltrazioni già in epoca precedente
all'imbiancatura, che - ricordiamo - si attribuisce alla necessità di
disinfettare il luogo di raccolta dei malati durante le pestilenze:
particolarmente seria fu quella del Seicento.
Di difficile interpretazione la figura con la Croce rovesciata, forse
individuabile come un Cristo Vittorioso sul simbolo della sua Morte, ammantato
di rosso come gli imperatori, secondo una probabile iconografia nordica, a cui
viene presentato da Sant' Antonio (tracce di una croce in mano al Santo sono
appena visibili).
Interessante l'interpretazione
alchemica delle figurazioni della quinta cappella: spesso leprotti e scoiattoli
sono stati utilizzati in questo senso, ma la loro ripetitività fa più pensare all'imitazione
di un tessuto ricamato; la stessa scelta di rappresentare un 'velum' dimostra
poi un attardamento stilistico abbastanza normale in questa area geografica,
decentrata rispetto alle novità fiorentine e più legata allo stile tardo gotico
del Nord Europa. Questo non dovrà far anticipare quindi la datazione della
quarta e seguente cappella: ma affidarne piuttosto la paternità ad una bottega
più legata alla tradizione locale.
Anche il singolare paiolo in primo
piano, con il braccio tagliato, non si spiegherebbe come immagine del crogiolo:
le operazioni alchemiche ben raramente venivano rappresentate in modo tanto
esplicito, si preferiva piuttosto usare allegorie di pianeti e dei, piuttosto
inconsuete peraltro in luoghi sacri.
Il fatto che l’immagine sia tagliata
non è molto normale: farebbe quasi pensare che la finestra sia stata aperta
successivamente, ma prima della decorazione della quarta cappella, il cui
impianto iconografico è invece sicuramente creato in previsione della
rappresentazione che vediamo.
………………………………………………………………………………………………………………
Per concessione della rivista Oltre-Cuorgnè (Torino) E mail: oltremagazine@.libero.it
Il pezzo è stato pubblicato sul numero di
novembre/dicembre 2002
SAN GIORGIO IN VALPERGA
LA COMETA SENZA CODA
di Mario Emilio Corino
C'era una volta
una cometa, o meglio La Cometa per eccellenza, proprio quella che guidò
i re Magi a Betlemme, oltre due millenni fa. I Magi, che erano scienziati
studiosi di astronomia, sapevano che essa doveva apparire nel cielo per
segnalare la venuta del Messia, e tutto combinava molto bene con le Scritture.
Avrebbe avuto un nucleo centrale, e si sarebbe tirata dietro, nella sua corsa
nello spazio, una lunga coda luminosa, come lo strascico di una sposa, leggero
e sospeso dal soffio del sole. Ogni sera sarebbe apparsa per indicare la giusta
direzione alla carovana di Gaspar, Melchior e Baldasar, che si misero in
cammino a capo di una lunga carovana.
* * *
Oltre 1400 anni dopo, il pittore invitato a Valperga dai conti del Canavese,
per abbellire ulteriormente la chiesa di San Giorgio, scelse la venuta dei Magi
come soggetto per il fronte orientale esterno della chiesa. Lo fece perché
proprio da oriente, dove nasce il sole, arrivarono i regali Personaggi, a capo
di uno stuolo di servitori e di cammelli, e perché era opportuno, in un
periodaccio di eresie contro la Chiesa, confermare, come in un catechismo
figurato, la verità dogmatica sulla natura divina di Gesù.
Nel 1600, poi, i conti fecero costruire una sacrestia che, inglobando il muro
meridionale a fianco dell'abside, salvò gli affreschi dalle offese del tempo.Ma
abbiamo il sospetto che un evento misterioso abbia cambiato qualche
particolare.
* * *
Il Maestro ha una mantellina di cotone plissettata, tutta macchiata di colore,
come la faccia barbuta d'artista, per il lavorare sull'impalcato in una
posizione non proprio comoda. Dipinge un paesaggio di prati e di
strapiombi, con i pastori in lontananza, mentre guardano verso l'alto appoggiati
ai pastorali, uno a cavalcioni di uno spuntone, un poco incosciente, come
spesso sono i ragazzini. Appaiono festosi perché è comparso un angelo nel cielo
che solleva un cartiglio con il messaggio Gloria in excelsis deo. Un
cane abbaia, sorpreso dall'insolita apparizione, mentre le pecore accovacciate
riposano. La capanna ha un tetto di paglia e di legno, aperta sulla notte:
doveva fare davvero molto freddo, nella mangiatoia. Per fortuna si vedono il
testone grigio dell'asino e quello docile del bue che riscaldano d'aria umida
la scena; anche se, nell'aprire una porta nel muro, forse nel 600, poi
nuovamente richiusa, qualcuno poco rispettoso dell'arte cancellò la Sacra
Famiglia.
I re Magi sono di fronte all'ingresso. Uno è prostrato nell'offrire i doni, e
si è scoperto il capo calvo da saggio; il secondo aspetta il suo turno in piedi
riccamente abbigliato, tra ciuffi d'erba ulina, attratto dagli accadimenti in
cielo, con un profilo aquilino e la corona; il terzo, anch'egli coronato, ha
calzature a punta, come quelle che il Maestro aveva visto ai piedi dei
viaggiatori che andavano in Asia, mercanti di sete e di spezie.
Il dito indice
della sua mano punta la stella, in alto a destra, al di là del rosone
incorniciato di cotto, proprio allo zenith della capanna. La stella è
fittamente raggiata; la sua coda si estende, probabilmente sulla
destra, altrettanto fiammeggiante.
* * *
Ma oggi la cometa appare stranamente senza coda, come invece sono abituati a
riprodurla da sempre, secondo l'iconografia diffusa, anche i bambini e anche la
mia Martina. E' lei che ha avuto un'intuizione per spiegare l'anomalia, che
potrebbe essere confermata dal lavoro dei restauratori, che usano attrezzi
minuscoli come bisturi, tamponi e pennellini: sanno scoprire con attenzione
le pitture originali, uniche destinate a rimanere, come oggi
impone la
filosofia del restauro, ma non riescono a spiegare alcuni dettagli nella
stratificazione del colore attorno alla cometa.
Secondo Martina, le cose sarebbero andate come in una favola.
Bisogna premettere che dentro la chiesa, nella seconda cappella di sinistra, un
altro pittore aveva già dipinto la Madonna che regge il Bambino,
con un manto di seta leggera.
Una
notte di Natale del XVI secolo, particolarmente gelida, il Bambino si lamentava
sommessamente del freddo (perché tutte le cose, anche gli affreschi, se fatte
con passione, hanno un'anima e parlano a chi sa ascoltare); la Madonna,
bloccata sulla parete, non sapeva che fare. Ma la stella nella sacrestia sentì
il pianto e decise di privarsi della sua splendida coda, lasciandola andare.
Nel buio della notte, lentamente, una luce si infilò nella porticina del
presbiterio, scivolò sui muri dell'abside, sopra il Getsemani, sorvolò piano le
mura di Gerusalemme, dietro il Golgota, e il palazzo di Pilato, abbagliò Adamo
dipinto sul campanile e si allargò infine dietro il manto della Madonna.
* * *
Oggi la cometa appare insolita e come a disagio, senza la coda, ma brillante e
compiaciuta, pensando alla Madonna, più in là, con un sorriso dolcissimo, sul
volto incorniciato da capelli ondulati. Il suo mantello sarà per sempre
fiammeggiante, grazie a lei, e diffonderà calore, e il Bambino, anche se tutto
nudo, continuerà a sgambettare beato.
Di notte si sentono ancora altri lamenti, a volte, dentro a San Giorgio in
Valperga, ma sono quelli delle anime cacciate da San Michele nella bocca
dell'inferno, nella navata centrale (questa, infatti, è un'altra storia).
E' forse da allora che tutte le comete hanno una coda di ghiaccio, e non più di
fuoco, come gli astrofisici hanno scoperto? Non sarà, ma a Martina piace
pensarlo, e a me è piaciuto raccontarlo, ora che si avvicina Natale.
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(Per concessione della redazione
della rivista CANAVEIS- Cuorgnè)
(Riscoperta di un'icona tra il tardo romanico e il primo gotico)
di Mario Emilio Corino
Un pomeriggio del
febbraio di quest'anno Don Domenico Catti, parroco di Valperga, mi telefona con
tono eccitato per dirmi:
- Devi venire a vedere cos'ho trovato in canonica.
Siamo coetanei,
esiste una lontana amicizia: se mi chiama con quel tono è per qualche novità
positiva. Da qualche anno collaboriamo, lui come gestore responsabile dei beni
parrocchiali, io, in quanto membro del direttivo dell'Associazione
"Amici di San Giorgio", per la valorizzazione del patrimonio
culturale valperghese; da tempo siamo in contatto per vari progetti e richieste
di finanziamenti; immagino che la notizia sia in argomento.
- Subito?
- Vale la pena, ti aspetto.
Arrivo, e in una sala del primo piano della casa parrocchiale, dove sono in
corso lavori di ammodernamento, mi mostra, posata su un lenzuolo, una scultura
lignea, policroma.
- Per me è gotica. L' ho trovato per caso durante i lavori, abbandonata in un
deposito. - dice.
Essendo lui uno studioso di spiritualità antica e di simbolica, c'è da credergli,
ma mi chiedo come sia possibile che un'icona tanto preziosa sia stata
dimenticata, e abbia corso il rischio quanto meno di non essere riconosciuta
per il suo valore, se non dispersa; è piuttosto questo a rendermi scettico.
- 1300, o anche prima. Potrebbe appartenere alla tradizione del Cristus
vigilans, o dell'Uomo del dolori, si inquadra bene in quel periodo.
Ci sono altri esemplari alpini di queste sculture, ma questa mi sembra tra le
più antiche che si siano conservate
Mi parla delle sfumature di attenzione spirituale verso la figura di Cristo a
partire da dopo il Mille, mentre sfiora l'icona con delicatezza. Sente quel
bene come appartenergli un poco di più che come semplice membro della comunità
parrocchiale e curatore del suo patrimonio, come se si fosse fatto
ritrovare da lui, piuttosto che il contrario. In ogni caso, la riscoperta
ne consentirà la fruizione, l'ammirazione e soprattutto l'espressione di fede e
d'amore dei Valperghesi e dei visitatori da fuori.
E' orgoglioso e bisogna dargli
atto della competenza e ascrivergli il merito del salvataggio.
* * *
Aiuto il Don a sistemare meglio la scultura. La adagiamo (mentre pensiamo
entrambi "la deponiamo") con delicatezza sull'assito, orizzontale. Lo
sguardo è rivolto verso l'alto, ma, stando così a terra, ora è come se non
abbandonasse chi l'osserva, quasi animato.
Le braccia incuriosiscono immediatamente il profano d'arte scultorea, connesse
al torso con tenoni di legno, rese ripiegabili anche nei gomiti con una
giuntura a cerniera, entrambe di fattura più rozza del corpo e quindi non
coeve, quando quelle originarie, imperniate anch'esse, come rivela la
conformazione del torace, si allargavano in orizzontale.
Don Domenico la riguarda. Ne solleva un braccio disarticolato per ricomporlo meglio,
piano, per non guastarlo, o forse per non fargli male.
- Era un Crocifisso, poi lo hanno riadattato, vedi i piedi? Erano poggiati
sopra il suppedaneo del montante, il destro sopra al sinistro, per essere
fissati con un solo chiodo, come dietro l'altare di san Giorgio. Hai
presente? La pittura residuale della scena del Golgota sullo sfondo delle
mura di Gerusalemme? Così lo si comincia a rappresentare nel XIII secolo.
Questo elemento lo data "in poi". Chissà che non venga da lì, dalla
comparrocchiale sulla collina, la nostra chiesa più antica.
La scultura a tutto tondo, salvo che nel dorso parzialmente svuotato e
appiattito, ne conferma l'esposizione originale contro una superficie regolare.
Raffigura un corpo verticale, rigidamente composto. Il corpo è stato (forse più
volte) ridipinto con tragiche gocciolature di sangue. La sua nudità è protetta
da un perizoma a pieghe pesanti, come una veste cadente fin quasi alle
ginocchia. Quel tipo di pieghe risulta essere uno stilema dell'epoca a cavallo
tra la tradizione romanica e il gotico delle Alpi. Una veste rossa lo cinge
alla vita come un perizoma e ricade in pieghe pesanti fin sopra alle ginocchia.
Rispetto ai Rex Iudeorum barocchi che
siamo più abituati vedere, le ginocchia non cedono che per accenno, nello
svuotamento di forze dell'agonia, il corpo non si torce in spasmi tragici, il
capo non si reclina drammaticamente sulla spalla.
Per questo risulta accettabile, anche sul piano anatomico, la destinazione che
l'icona subisce posteriormente all'ideazione. Ora, appare infatti, riadattato
come un Ecce homo che, per rimanere ritto su qualche piedistallo ha
subito una parziale mutilazione delle falangi dei piedi, mediante una
piallatura in orizzontale.
Il corpo scolpito è fatto scendere dalla croce, nel riuso, per collocarlo
cronologicamente in un'ora arretrata, a dopo il giudizio di Pilato.
Sulla fronte e
sulle tempie sono conficcati tre chiodi che dovevano sostenere, mimetizzati,
una corona di spine.
- La vernice delle braccia è più sottile, hai notato? Ci sono meno passate, ergo
sono più recenti.
I membri di qualche confraternita dal Seicento in poi doveva aver deciso di
farne oggetto di compassione per qualche ricorrente rappresentazione, durante
le liturgie pasquali. Forse la rivestivano di una tunica rossa sulle spalle.
Forse portava una parrucca . L'articolazione delle braccia doveva essere
funzionale a un rito di teatrale vestizione fortemente emotivo, catechistico,
che ripercorreva la fase del giudizio della Passione.
Il Cristo esposto in croce nella precedente composizione doveva avere chiome
fluenti scolpite nel legno e un diadema in testa, simbolo della regalità
trionfante sulla morte. Lo si intuisce dai segni di rimaneggiamento e
appiattimento della testa, e inoltre da alcune tracce malcelate dalla
ridipintura.
Se non fosse per la barba, che
rimane invece intatta, lunga e con un accenno di divisione in due boccoli, con
la testa così nuda, così elementare nella sua compostezza, mi ricorda qualcosa
del Cristo iconograficamente visto da Pisolini.
Nell'ultimo adattamento, in cui è stato ritrovato, regge ancora con la destra
lo scettro della derisione, una canna palustre sfilabile dal pugno. La sinistra
cade lungo il corpo e poteva essere anch'essa ripiegata sul ventre, forse la si
poteva legare all'altra nel rito commemorativo. Esposto dai manigoldi alla
folla, umiliato e ferito, rivela invece una grande e composta dignità regale,
che apparirà ancora più maestosa, staccata dal suolo, contro il cielo del
Calvario.
- Dobbiamo restaurarlo e trovargli una sistemazione degna, dice il Don. Mi
piacerebbe valorizzarlo come Cristus vigilans, deposto ma con gli occhi
aperti, premessa di resurrezione, di trionfo sulla morte, come talvolta si
faceva di queste icone, a cui ridipingevano occhi aperti sulle palpebre chiuse;
vorrei poterlo guardare intimamente nella celebrazione eucaristica, su una
mensa trasparente, così che fosse protetto ma ben visibile da tutti e da
vicino. Sentiremo la commissione liturgica.
La testa appena ripiegata in avanti, nella posizione deposta in cui lo abbiamo
sistemato, l'Uomo ci appare come in un tentativo di sollevarsi, come a chiedere
solidarietà.
Immaginato sulla croce nella composizione originaria, è come se esprimesse
compostezza nella sofferenza, in contrapposizione consolatoria con la
situazione senza vie di uscita, come nel dire agli astanti, prima dello
smarrimento del Lamma sabactani:
«Sia fatta la tua volontà», secundum scripturas.
Chiunque lo veda non può rimanere indifferente allo sguardo dell'icona; gli
occhi, scolpiti e dipinti, non possono non scolpire e illuminare a loro volta
l'animo umanamente sensibile, anche se non predisposto dalla fede. Può apparire
sereno se immaginato sulla croce; può essere letto come smarrito e trepidante
(comunque non spaventato), consapevolmente rassegnato sul suo destino,
fustigato, sofferente e deriso, se immaginato nel cortile di Caifa.
* * *
Ora è il caso di comunicare la notizia alle Soprintendenze e alla Commissione
liturgica metropolitana. Verranno in tanti esperti a vederlo: gli ispettori dei
Beni Artistici, Bertolotto, e Scalva dei Monumenti, Don Cervellin della Curia,
Roggero, past preside di Architettura e Gentile past
Soprintendente Archivistico per il Piemonte e Valle d'Aosta e poi i
restauratori Ghedin e Tibaldeschi di Nova Folia per una prima ipotesi di
intervento di restauro. Tutti confermeranno l'eccezionalità del reperto e la
necessità di una degna collocazione.
Pensiamo di farne il punto focale della nuova cappella invernale, che nascerà
dalla ristrutturazione di due vani tra la Sacrestia nuova e il Presbiterio
della Chiesa della SS. Trinità.
Rinunceremo di buon grado, lui come celebrante io come curatore del progetto
architettonico, all'idea dell'altare-teca, accettando che non sono consentite
interpretazioni non equilibrate dei simboli dell'attuale liturgia:
altare-ara-Cristo medesimo nel sacrificio, sede-Cristo capo e ambone-Cristo Logos;
ci convinceremo che la sua esposizione dovrà essere ritta, centrale,
sopraelevata. Ciò consentirà comunque, per via dello sguardo inclinato, sia un
intenso rapporto devozionale con i fedeli che gli si avvicineranno, sia, per
soddisfazione degli esperti, un'esposizione iconograficamente coerente.
Dietro l'altare, la riserva eucaristica sarà
costituita da un tabernacolo intagliato e scolpito della prima metà del
Seicento, rinvenuto anch'esso, inutilizzato, tra gli oggetti liturgici della
Parrocchia, in cui per singolare coincidenza, è rappresentato un Ecce Homo
con il mantello e lo scettro.
* * *
Gentile si rammarica che la
riscoperta non sia avvenuta prima, in tempo per la Mostra di Palazzo Madama a
Torino di sculture tra il Gotico e il Rinascimento. In una dotta relazione
analizza sul piano stilistico, storico e iconografico l'icona, senza
dissimulare un'ammirata partecipazione, e ne anticipa addirittura la datazione,
rispetto alle prime previsioni, con dovizia di citazioni:
…una delle varie figure che, specialmente tra il Seicento e l'Ottocento,
erano destinate ad esser vestite ed esibite in particolari ricorrenze, ovvero
in una stabile sistemazione devozionale…
un raro
Crocifisso medievale, situabile nei primi decenni del '200, al trapasso tra
l'ultima tradizione romanica e i primordi del gotico …
…la tipologia del Crocifisso quale si configura in quel volgere di tempi e di
concezioni, ampiamente in Europa, e tra l'area padana e le Alpi, mantiene
ancora, pur con intonazioni e soluzioni variabili in cui affiora la
considerazione dell'umanità del Cristo, la raffigurazione del Salvatore non
umiliato dalla sofferenza e dalla morte ma regale e trionfante, gli occhi
aperti...
…un Cristo dunque ancor regale e sacerdotale che risente dell'immaginario della
Redenzione quale si era imposto tra il decimo secolo e la fine del XII, in
epoca ottoniana e romanica: si pensi ai possenti, grandi Crocifissi d'argento
delle cattedrali di Vercelli e di Casale…
…se cerchiamo riscontri non lontani per una tale evoluzione dobbiamo pensare al
Crocifisso di St. Martin nel Vallese (dell'inizio del '200)1…
Le restauratrici hanno
analizzato il reperto e parlano il linguaggio distaccato dei tecnici:
La scultura misura
La materia lignea si presenta usurata soprattutto nelle zone aggettanti. Sono
altresì visibili fratture, soprattutto in corrispondenza delle dita delle mani
e dei piedi. Gli snodi delle braccia sono assai allentati, specie quelli della
spalla destra, e soggetti a corrosione, come i chiodi sul capo. La scultura
appare molto sporca e non si esclude che sia stata più volte ridipinta, specie
sul volto. Sono evidenti le tracce di aggressione da xilofagi.
Prima dell'intervento
sarà necessaria effettuare dei saggi sulle varie tipologie di superficie e di
colore, individuando quelle a più mani. Il restauro dovrà restituire l'aspetto originario,
in un versione intrinsecamente coerente, chiarita definitivamente la
interpretazione iconografica. Le fasi dell'intervento passeranno attraverso una
completa documentazione fotografica anche all'infrarosso e riprese documentarie
digitali, la ripulitura con miscele tensioattive per tamponamento, la
disinfestazione biologica, il consolidamento del supporto ligneo con eventuali
integrazioni materiche, la stabilizzazione della pittura in relazione alla
eventuale sottostante ammanitura, con infiltrazione di resine.
****
- Sai qualcosa dei pareri?
Freme Don Catti, in attesa di tutte le autorizzazioni, e non si scoraggia sui
costi dell'intervento. Vuole restituire l'icona, prima del prossimo Natale,
alla compassione e alle preghiere dei devoti; ma è tutta la comunità a vedere
accresciuto il proprio patrimonio artistico con un altro notevole reperto,
espressione di una cultura desueta, per certi aspetti rimasta sconosciuta, che
si avvaleva anche di espedienti scenografici per alimentare la fede.
Il "Cristo di Valperga", con la sua rara suggestione, ci permette di
riallacciare preziosi fili con il nostro passato.
1 Per gli
esempi qui citati nell'evoluzione tipologica del Crocifisso in Piemonte e in
Valle d'Aosta cfr. E. Rossetti Brezzi, Le vie del gotico in Valle d'Aosta, in
Gotico in Piemonte a c. di G. Romano, Torino 1992, pp. 293, 304, che
data le prime tre opere dopo la metà del '200 e le due aostane all'inizio del
'300.
Il Cristo di St. Martin nel Vallese è considerato di concezione ancora romanica
da E. Reiners, Burgundische-Alemannische Plastik, Strassburg 1943, pp.
58-59.
………………………………………..
San Giorgio. Una storia sotto la leggenda.
Festeggiato
il 23 aprile, san Giorgio martire è venerato in Oriente come uno dei
Quattordici Santi Ausiliatori, mentre in Occidente, nonostante la larga
popolarità guadagnata nel tempo, il Calendario Generale promulgato sotto Paolo
VI considera "facoltativa" la sua memoria. Il provvedimento, dettato
dalla necessità di separare la storia dalla leggenda, nulla toglie però
al fascino di questo personaggio forse nativo della Cappadocia, forse soldato
quantunque il suo nome significhi "contadino", e sicuramente martire
( si vuole nel 303) sotto Diocleziano
Fermo restando l'approvazione del suo culto da parte di papa
Gelasio nel 494, la fama di san Giorgio cresce rapidamente poco più di un
secolo dopo, a seguito del ritrovamento della sua tomba a Diospolis (Lydda,
Ludd) in Palestina, a contrasto della tradizione che lo indicava martirizzato a
Nicomedia (oggi Izmit) in Turchia. Già nell'VIII secolo, infatti, san Giorgio è
proclamato protettore della cavalleria in Inghilterra , per poi divenire più
tardi patrono dell'intero Paese. Qui, nel 1222, si stabilisce anche
l'obbligatorietà della sua festa, mantenuta dalla riforma anglicana, e qui, nel
1284, compare anche la bandiera rosso-crociata che da lui prende il nome.
Prototipo prima del soldato cristiano intrepido di fronte al martirio,
come ricorda un inno di Teodoro Studita ( VIII secolo), poi del cavaliere
cristiano secondo gli ideali della cavalleria, San Giorgio ha dato origine ad
una vasta iconografia, nella quale è riconoscibile per la corazza, la lancia,
la spada, il vessillo e/0 lo scudo rosso- crociati e, naturalmente, il drago.
Questi è di solito raffigurato nell'atto di essere ucciso o calpestato dal
santo, ma anche ammansito e portato al laccio dalla principessa salvata.
Le origini di tale leggenda, che avrebbe avuto per luogo d'azione la città di
Silene in Libia, sono oscure. Secondo gli studiosi , essa sarebbe nata in
Italia. Comunque stiano le cose, una narrazione completa dell'episodio del
drago e del martirio del santo appare nella "Legenda Aurea" (siamo
nel XIII secolo) del Domenicano Iacopo da Varagine, il quale premette però che
il tutto " si pone tra le scritture non autenticate del Concilio generale
di Nicea". Egli prende insomma le distanze da quanto di popolaresco si
è sovrapposto alla testimonianza di fede data dal santo con il suo
martirio. Ed è da questo, e non certo dalla fioritura delle fantasie, che
ordini cavallereschi, città ( Genova, Ferrara e molte altre) e organizzazioni
come i Boys Scouts, hanno tratto motivo per individuare in san Giorgio il
patrono per eccellenza.
Costanza M. Tibaldeschi
AURI FOLIA p.s.c.a
r.l.
Sede legale:
Piazza Caduti per la Libertà, 2 - 10070 Balangero (Torino)
Codice fiscale e numero d'iscrizione
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

nel timpano
della chiesa
(oggi scarsamente visibile)
E SULL’ASSOCIAZIONE
La Chiesa di San Giorgio è certamente
uno dei monumenti medievali più importanti dell’Alto Canavese. Le parti più
antiche della Chiesa e il campanile risalgono al XI secolo, e sono quindi coeve
del Castello di Valperga, al quale la Chiesa è adiacente. La Chiesa subì
successivi ampliamenti, il più importante dei quali (anche se non l’ultimo)
risale al XV secolo. Pur essendo parte del complesso del Castello, la sua
utilizzazione non era riservata ai soli Conti di Valperga, ma era aperta al
popolo e svolgeva la funzione di chiesa parrocchiale.
Per dar lustro alla propria casata e manifestare la propria potenza e ricchezza, i Conti di Valperga fecero affrescare la parte quattrocentesca della Chiesa; vari Maestri vi lavorarono, ma solo di uno di essi (Pietro de Scotis, che operò nella seconda metà del Quattrocento) si hanno testimonianze; in vari affreschi comunque si riconosce la scuola di un altro grande pittore dell’epoca, Giacomo Jacquerio (che operò in quel periodo nella Chiesa di Sant’Antonio di Ranverso). La particolarità che rende la Chiesa di San Giorgio quasi unica nel suo genere è che gli affreschi ricoprivano sia le pareti interne sia quelle esterne. Tali affreschi, insieme con le decorazioni in cotto delle finestre, rappresentano gli elementi di maggiore rilevanza artistica di tutto il monumento.
La pestilenza del ‘600 indusse a
utilizzare la chiesa quale ospedale o lazzaretto, e per motivi igienici le
pareti vennero completamente ricoperte di calce, cosicchè gli affreschi interni
scomparvero alla vista e ben presto se ne perse addirittura la memoria:
testimone di ciò è il fatto che il Bertolotti, nel capitolo della sua opera
“Passeggiate nel Canavese” dedicato a Valperga, fa menzione della Chiesa di San
Giorgio, ma non vi è nessun cenno agli affreschi interni.
L’importanza artisica del monumento,
anche in assenza degli affreschi interni, era ben nota e riconosciuta, tanto è
vero che nella seconda metà dell’800 l’architetto D’Andrade, al quale si deve
il Borgo Medioevale di Torino nel quale volle riprodurre gli elementi più
significativi dal punto di vista artistico e architettonico del Piemonte, prese
a modello, per la facciata della Chiesa del Borgo Medioevale, proprio le
finestre in cotto e gli affreschi esterni della Chiesa di San Giorgio di
Valperga.
Con il trasferimento, all’inizio
dell’800, della Parrocchia nella più comoda e più grande Chiesa della
Santissima Trinità al centro del paese, la Chiesa di San Giorgio venne
praticamente abbandonata. Solo intorno al 1930, grazie al fattivo
interessamento del Senatore Giorgio Anselmi di Valperga, vennero effettuati
studi e rilievi sul monumento e vennero riportati alla luce gli affreschi
interni che vennero sottoposti ad un primo intervento, in realtà alquanto
discutibile, di restauro.
L’importanza dei cicli pittorici
rappresentati negli affreschi interni appena ritrovati fu riconosciuta dagli
esperti dell’epoca, ma gli eventi bellici, la carenza di fondi e una generale
scarsa attenzione alla conservazione delle cose del passato non consentirono
interventi più efficaci, cosicchè la Chiesa e i tesori di arte in essa
custoditi ripiombarono in uno stato di quasi totale abbandono: infiltrazioni di
acque piovane misero in pericolo gli affreschi interni e gli affreschi esterni,
esposti alle intemperie e agli inquinanti, andarono perduti, tranne uno che, in
occasione di uno degli ampliamenti, venne incorporato nella cosiddetta
“Sacrestia Nuova” e, grazie a tale fortunata coincidenza, è ancora oggi visibile
in tutto il suo splendore. Degli altri rimangono le copie che il D’Andrade
provvide a collocare all’esterno della Chiesa del Borgo Medioevale di Torino.
Nel 1996, allo scopo di arrestare il
degrado altrimenti irreversibile a cui era esposto il monumento e di recuperare
e valorizzare quanto era ancora recuperabile, un gruppo di volonterosi
Valperghesi ha costituito la “Associazione Amici di San Giorgio in Valperga”.
Le finalità dell’Associazione sono ben
chiarite all’art. 2 dello Statuto che al par. 2 recita:
“In particolare, in relazione alla
chiesa di San Giorgio e agli altri monumenti, (l’Associazione) si propone di:
· far conseguire
ai propri associati e ai terzi una approfondita conoscenza storica, artistica,
architettonica ed archeologica degli stessi;
· salvaguardarne
e diffonderne l'immagine;
· progettare,
realizzare, sostenere e favorire studi, ricerche e pubblicazioni;
· promuovere, di
concerto con la Parrocchia, gli Enti territoriali (Comune, Provincia, Regione,
Comunità montana, ecc.) e le competenti Soprintendenze, iniziative dirette a
favorirne la manutenzione, il restauro e il riuso;
· organizzare,
di concerto anche con altre associazioni e organizzazioni locali, visite
guidate, attività culturali, ricreative e dello spettacolo (quali conferenze,
convegni, concorsi, mostre, concerti e simili) tese alla valorizzazione di tali
monumenti.”
Nel Novembre 2001 l’Associazione, a
seguito di modifica di Statuto, è stata riconosciuta Organizzazione Non
Lucrativa di Utilità Sociale (ONLUS)
Per il conseguimento dei propri fini
istituzionali, inoltre, l’Associazione ha stipulato una Convenzione generale
con la Parrocchia di Valperga e la Curia di Torino, che consente
all’Associazione stessa di operare all’interno della Chiesa di concerto con gli
stessi Enti.
L’attività svolta dall’Associazione
dalla sua fondazione a tutto il 2002 è illustrata in altro documento. Ulteriori
e più dettagliate informazioni sulla Chiesa si trovano nel pieghevole
illustrativo allegato. Sul sito
Internet:
www.amicisangiorgiovalperga.it
si trovano informazioni, oltre che
sulla chiesa (corredate di alcune immagini), anche sulle attività in corso da
parte dell’Associazione.
Ulteriore
contatto:
Prof. Mario Pent – Presidente dell’Associazione
V. Gallenca 15 – 10087 VALPERGA
Tel. 347-386.55.92 – e-mail: pent@polito.it
____________________________________________________________________________________
Relazione sull’attività dell’Associazione nel periodo
Dicembre 2002
1. Stato dell’Associazione
L’Associazione è nata il
Nel Novembre 2001 l’Associazione, a
seguito di modifica di Statuto, è stata riconosciuta Organizzazione Non
Lucrativa di Utilità Sociale (ONLUS).
2. Azioni di manutenzione,
valorizzazione e restauro della Chiesa e di altri monumenti di interesse.
L’Associazione ha curato i seguenti
interventi:
·
Rifacimento della copertura della Chiesa
·
Opere di miglioramento dell’accoglienza turistica
(servizi, chiostro, ecc.)
·
Opere di risanamento contro le infiltrazioni di umidità
nei muri perimetrali della chiesa, preliminari a qualunque intervento di
restauro degli affreschi
·
Restauro conservativo degli affreschi interni: è stato
completato l’intervento sugli affreschi della navata destra, è in corso il
restauro della navata sinistra, mentre restano da eseguire i restauri della
navata centrale, del presbiterio, dei fregi in cotto interni ed esterni e degli
arredi lignei
·
Documentazione fotografica digitale degli afreschi e
degli interventi eseguiti.
·
Rifacimento dell’impianto elettrico e di illuminazione
dell’interno della Chiesa (appalto in corso di aggiudicazione)
Tutte tali attività sono state svolte
sotto la direzione artistica della Soprintendenza per i Beni Artistici e
Storici di Torino: con essa è stato concordato il programma generale degli
interventi nonché la successione degli interventi stessi in ordine di priorità,
e dalla stessa Soprintendenza si sono avute indicazioni per l’individuazione
degli esperti a cui affidare l’esecuzione dei restauri.
Per tali attività sono stati
utilizzati finanziamenti della Regione Piemonte, della Fondazione CRT e della
Fondazione San Paolo, per un ammontare complessivo, a fine 2002, di circa
300.000 €
3. Azioni di promozione culturale ed
artistica della Chiesa e di altri monumenti di interesse
In questo ambito l’attività
dell’Associazione ha riguardato i seguenti aspetti:
·
la realizzazione di materiale documentario: è stato
realizzato un opuscolo illustrativo della Chiesa di San Giorgio, una
pubblicazione di facile consultazione ma completa nelle informazioni
essenziali; inoltre alcune delle immagini più significative tratte dagli
affreschi della Chiesa sono state utilizzate per la realizzazione di Calendari
·
l’apertura al pubblico della chiesa di San Giorgio nelle
domeniche dei mesi estivi, oltreche in giornate particolari (la giornata di
“Città d‘Arte a Porte Aperte” organizzata dalla Provincia di Torino, le
rievocazioni medievali organizzate dalla Associazione Promoval e la Fiera
Autunnale di Valperga organizzata dalla locale Pro Loco). Nelle giornate di
apertura l’Associazione ha assicurato la presenza di guide turistiche per
l’illustrazione delle opere al pubblico, e di accompagnatori, con funzioni di
presidio e sorveglianza.
·
L’organizzazione di visite guidate per gruppi che abbiano
richiesto espressamente la possibilità di accedere al monumento.
·
L’organizzazione, annualmente a partire dal 1999, di una
piccola stagione musicale con concerti di musica classica (si veda il documento
allegato)
·
L’organizzazione di corsi di aggiornamento e di
formazione per le guide turistiche: tali corsi hanno riguardato gli aspetti
architettonici dell’arte medioevale piemontese, gli aspetti pittorici e
decorativi, e l’analisi dettagliata delle opere artistiche conservate nella
Chiesa stessa.
Per queste attività l’Associazione ha avuto contributi finanziari dalla Regione Piemonte (attraverso Piemonte Musica), dalla CRT, dal Comune e da imprenditori locali.
4. Azioni di partecipazione ad
iniziative di altri soggetti presenti sul territorio.
La politica seguita dall’Associazione
nei confronti di altre realtà presenti sul territorio (Comune, altre
Associazioni locali, Ente Parco, Comunità Montana, Provincia, Regione, ecc.) è
sempre stata orientata alla ricerca di rapporti di buon vicinato e, ove
possibile, di collaborazione in varie iniziative; questo nella convinzione che
le sinergie che nascono da operazioni di questo genere possono contribuire in
modo significativo alla diffusione della conoscenza sia dell’Associazione
stessa, sia della Chiesa di San Giorgio e degli altri monumenti di interesse, e
pertanto rientrano in pieno nelle finalità per le quali la stessa Associazione
è stata costituita.
Fra le varie azioni intraprese
dall’Associazione in questo senso vanno ricordate:
· La
partecipazione al cosidddetto “Circuito dei Castelli Canavesani” organizzato
dalla Regione Piemonte e gestito dall’allora A.P.T. di Ivrea (1997)
· La
partecipazione all’iniziativa della Regione Piemonte “Musica ai Sacri Monti”
(1998)
· La
partecipazione alla manifestazione “Città d’Arte a Porte Aperte” organizzata
dalla Provincia di Torino. (a partire dal 1998)
· La partecipazione
alle manifestazioni organizzare dalla Pro Loco di Valperga e dal Comune nel
quadro della Fiera Autunnale di Valperga, con l’organizzazione di un Concorso
Fotografico
· La
partecipazione alle manifestazioni organizzate dalla Associazione Promoval nel
quadro delle Rievocazioni Medioevali di Settembre.
Per queste attività l’Associazione ha
potuto fruire di contributi della Regione Piemonte, della Provincia di Torino e
della Comunità Montana “Alto Canavese”.
Il Presidente
(Prof. Mario Pent)
LA
NUOVA CAPPELLA INVERNALE DELLA CHIESA PARROCCHIALE
di
don Domenico Catti
La nuova cappella invernale è stata
realizzata riutilizzando due locali-magazzino. Il progetto e la direzione dei
lavori sono dell’ arch. Mario Corino. Il progetto opera una felice sintesi tra
la valorizzazione dell’antico (la statua di Cristo, il Tabernacolo) e i
principi proposti dalla riforma liturgica (l’altare e l’ambone di pietra).
L’Ufficio Arte Sacra della Curia di Torino, le Soprintendenze ai beni
architettonici (arch. Scalva) e ai beni artistici (dott. Bertolotto) hanno
seguito ed approvato i lavori.
È una delle più antiche del Piemonte. Ritrovata
tra gli arredi della Sacristia, si presentava così elaborata e trasformata –
intorno al XVI secolo – da rendere quasi irriconoscibile la sua identità
originaria. Le fattezze tardo romanico-pregotiche sono state riconosciute e
documentate dallo studio del prof. Guido Gentile:
l’opera risale ai primi decenni del XIII secolo.
Si trattava di una statua di cristo in
croce con i caratteristici occhi aperti: rappresentazione di origine bizantina
di cui si hanno tracce fino al XIV secolo.
Il Cristo in croce è tutto proiettato alla Risurrezione,
come Lui stesso aveva anticipato: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò
tutti a me’ (Gv 12, 32).
Troneggia la persona del Cristo; poco contano le pur terribili
sofferenze che l’hanno condotto al calvario e alla morte.
È il Cristo Signore con il diadema regale sul capo (non con la
corona di spine), il Vivente (gli occhi sono aperti), che continua a chiamare
tutti ad essere suoi discepoli.
Nel XVI secolo la
statua del Cristo è stata calata dalla
croce e adattata alle esigenze della nuova spiritualità, ben documentata da
noi nella Chiesa di San Giorgio. Dopo S. Bernardo, S. Francesco e la ‘devotio moderna’ (famoso il libro
‘L’imitazione di Cristo’), l’accento si spostò dalla persona del Cristo
morto-risorto, alla contemplazione delle sue sofferenze, della sua passione,
della sua morte.
È l’epoca in cui la spiritualità si esprime attraverso le sacre
rappresentazioni della passione.
A questo scopo la statua del Cristo è stata calata dalla croce, le si pose in capo una
corona di spine al posto di quella regale, le braccia sono state sostituite e
incrociate: in mano si mise una canna come scettro. Verosimilmente una lunga
tunica rivestiva la statua: ecco la nuova rappresentazione.
Il Cristo così ‘trasformato’ veniva a rappresentare l’ ‘Ecce homo’ (così gli esperti designano
il Gesù presentato da Pilato alla folla, deriso e umiliato).
IL TABERNACOLO
La devozione a
Gesù oltraggiato (L‘Ecce homo’) è
attestata a Valperga da un’altra opera, volutamente ora restaurata e posta
nella nuova cappella accanto al Cristo.
Si tratta di un Tabernacolo, anch’esso
ritrovato nei depositi della Sacristia. Caso molto originale, sull’anta che
funge da porticina del Tabernacolo non troviamo simboli eucaristici, ma ancora
la figura di un Cristo ‘Ecce homo’,
con la classica tunica e le mani incrociate. Il collegamento spirituale tra le
due opere (il Cristo e il Tabernacolo) è chiaro, segno di una devozione al
Salvatore umiliato e deriso, come già attestato in Valperga dagli affreschi
della Chiesa di San Giorgio. Rappresentando Cristo umiliato sull’antina del
Tabernacolo, l’anonimo artista vuole invitare il fedele a riconoscere in modo
più diretto il legame tra il dono di Cristo nella sua passione e morte e il suo
dono nell’Eucaristia.
L’ALTARE E L’AMBONE
Secondo le norme liturgiche, sono in
pietra (di Luserna).
L’incisione sulla pietra dell’altare recupera un antico simbolo dei primi
cristiani: il pesce. Come si sa, le
singole lettere della parola greca per ‘pesce’ (‘ichthỳs’) sono le
iniziali delle parole che compongono la professione di fede “Gesù, Cristo, di Dio Figlio, Salvatore”. Il cesto con i pani rimanda
all’Eucaristia. In essa cristo stesso, oggi, continua a donarsi a noi.
Sull’ambone sono incise la prima e
l’ultima lettera dell’alfabeto greco (alfa
e omega). Il riferimento è al testo dell’Apocalisse: “ Io sono l’Alfa e
l’Omega, dice il Signore, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente” (Ap
1, 8). Se la classica tradizione giudaica definiva Dio ‘Colui che è, che era e
che sarà’, l’Apocalisse parla di Dio come di ‘Colui che è, che era e che viene’: cioè oggi,
in Gesù Cristo, Dio è con noi. È Gesù Cristo la Parola del Dio vivente,
annunciata al mondo attraverso la Chiesa.
Come l’altare è segno della
presenza di Cristo nell’Eucaristia, così l’ambone è segno di Gesù
cristo, Parola del Dio vivente.
RINGRAZIAMENTI:
Quattro ditte di Valperga hanno
collaborato: le opere in muratura sono della ditta Turco Domenico, l’impianto elettrico e antifurto sono opera
della ditta CEI, le opere di carpenteria sono della ditta Freddi e l’impianto
di riscaldamento della ditta Cavallo. La decorazione del presbiterio, il
restauro della statua del Cristo, del Tabernacolo e delle porte, sono opera dello studio
Aurifolia di Cirié. L’altare e l’ambone sono stati realizzati dalla ditta
Petrini di Favria e incisi dallo scultore Frans Ferzini, la doratura è opera
dello studio Aurifolia. L’opera si è potuta iniziare grazie al contributo di
tanti benefattori, in particolare del compianto sacerdote valperghese don
Felice Bergera .
Grazie a tutti coloro che ancora collaboreranno.
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________________________________________________________________________________________
Nasce a Valperga il
Questa ultima riconferma alla Presidenza
della Provincia fa maturare le condizioni perché Giorgio Anselmi possa essere
proposto, con relazione del Sen. Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, per la nomina a Senatore del Regno, nomina
che viene convalidata il 19 Dicembre di quell’anno (nota2)
. Partecipa a varie Commissioni di lavoro del Senato. E’ Vice Presidente della
Cassa di Risparmio di Torino e membro del Consiglio di Amministrazione della
Società Reale Mutua di Assicurazione. E’ membro della Commissione Nazionale
delle strade.
Nel 1943 la sua casa di Torino viene
distrutta dai bombardamenti e il Senatore Anselmi si rifugia nella sua casa di
Valperga, che sarà sino al termine la sua residenza.
Dopo la guerra il Senato viene
trasformato in organo elettivo, e tutti i membri del precedente Senato del
Regno (e quindi anche l’Anselmi) sono deferiti d’ufficio all’Alta Corte di
Giustizia per le sanzioni contro il Fascismo; tuttavia il suo nome non è
compreso nella lista dei senatori per i quali, in data
Nonostante la rispettabile età, continua
ad occuparsi della cosa pubblica come membro del Consiglio Nazionale delle
Strade, sposando la causa dei valichi alpini e dei collegamenti stradali di
montagna, e diventa Presidente del Comitato Promotore delle Strade delle Alpi
Occidentali
Ancora in piena attività, muore
all’improvviso l’
Fin dall’inizio della sua attività
pubblica nel 1907 egli mostra grande interesse per i problemi della sua terra e
delle sue montagne. Quando, nel 1919, il re Vittorio Emanuele III si dichiara
disposto a regalare allo Stato italiano i
Al Parco e alle bellezze naturali che
custodisce rimarrà sempre molto attaccato, e in tempi più recenti si deve alla
sua instancabile e tenace attività la realizzazione della strada del Colle del
Nivolet.
La lunga esperienza di amministratore
maturata nella sua qualità di Presidente della Provincia fa sì che anche la sua
attività in Senato sia orientata soprattutto alle leggi e ai provvedimenti che
riguardano gli enti locali; così si occupa di vari Comuni del Canavese, della
Valle d’Aosta, del Cuneese, del Monferrato e del Lazio, degli Ospedali e
Istituti Clinici di Torino, nonché di provvedimenti di carattere generale
riguardanti la previdenza e l’assistenza dei dipendenti di Enti parastatali ed
assimilati, lo stato giuridico dei Segretari comunali e provinciali, e gli
uffici di conciliazione.
Il contatto costante con il territorio,
che ha caratterizzato tutta la sua esperienza di amministratore, fa maturare il
lui il convincimento che elemento fondamentale per la crescita e il progresso
delle aree marginali è la disponibilità di adeguati mezzi di comunicazione:
questo spiega la sua costante presenza nelle varie Commissioni Strade, il suo
costante interessamento per la realizzazione di vie di comunicazione, che
continua anche dopo il suo mandato senatoriale: oltre alla già citata Strada
del Nivolet, egli si fa promotore di altre iniziative del genere, tra cui, da
europeista ante litteram, la realizzazione di un collegamento fra
Canavese e Francia attraverso il Colle della Galisia. Per questo suo
interessamento concreto alla realizzazione di vie di comunicazione transnazionali
riceve dalla Francia l’onorificenza della Legion d’Onore.
L’attaccamento di Giorgio Anselmi al
Canavese e a Valperga in particolare è testimoniato da molti progetti, idee,
realizzazioni fra i quali spicca l’iniziativa per il ricupero e il restauro
della Chiesa di San Giorgio. Questa chiesa, sorta nel suo nucleo primitivo
intorno all’anno 1000, aveva subito nel tempo moltissimi rifacimenti,
ingrandimenti, migliorie ed aveva toccato il culmine del suo splendore tra il
1400 e il 1500 grazie all’impegno dei Conti di Valperga che vollero questo
luogo sacro come testimone della loro generosità e del loro peso anche politico
e vi profusero impegno e risorse per l’arricchimento architettonico e
decorativo, e a quel periodo risalgono gli affreschi che rendono questo
monumento un luogo unico nel panorama artistico del Piemonte occidentale. Ma a
partire dal
A questo punto interviene Giorgio
Anselmi, che, mettendo a frutto sia la sua posizione di Senatore, sia la lunga
esperienza amministrativa maturata alla guida della Provincia di Torino, riesce ad ottenere nel 1937 un primo
intervento esplorativo del restauratore Pintor, che ritrova le prime
testimonianze degli imponenti affreschi rimasti fino ad allora nascosti da
scialbi di calce e sovrastrutture che nel tempo erano state maldestramente
sovrapposte alla chiesa medioevale. Sulla base di questi ritrovamenti viene
definitivamente accantonata l’ipotesi di un abbandono definitivo dell’edificio,
ed il Senatore Anselmi riesce ad ottenere i finanziamenti necessari per il
completo restauro e ripristino della chiesa di San Giorgio.
A testimonianza dell’impegno e della
dedizione di Giorgio Anselmi alla causa del restauro della Chiesa di San
Giorgio vanno ricordati i numerosissimi documenti rinvenuti negli Archivi della
Provincia di Torino (il cosiddetto “fondo Anselmi”) e recentemente rivisitati
nel quadro di una iniziativa di studio sulla Chiesa promossa dalla
Sovrintendenza ai Beni Architettonici del Piemonte e dal Politecnico di Torino.
Non meno importante dell’impegno di tipo
amministrativo volto al reperimento di fondi e all’organizzazione dei restauri
è stato l’impegno di studio e di ricerca sulla storia, l’arte e l’architettura
della Chiesa di San Giorgio. Da questi studi, lontani peraltro dalla sua
formazione culturale e professionale, fu l’Anselmi letteralmente affascinato: scrive
a questo proposito “ad esso (studio) non ho saputo sottrarmi, attratto dal
fascino, per me nuovo, di vedere immagini ingenue od artistiche, sepolte da
secoli, disvelarsi e rivivere nel paziente scoprimento…” I risultati di
questo suo attento lavoro di ricerca sono stati pubblicati nel 1943 per i tipi
della SATET con il titolo, invero molto riduttivo: “La Chiesa di San Giorgio in
Valperga: Raccolta di dati”. Questo volume, ricco di informazioni e di
documentazione fotografica, costituisce ancora oggi la maggiore fonte di
documentazione sulla Chiesa, sulla sua storia e sui suoi affreschi.
Per la sua Valperga aveva inoltre
concepito un progetto ambizioso: la realizzazione di una strada panoramica di
collegamento fra il capoluogo e Belmonte. Dalla Provincia di Torino aveva
ottenuto il progetto definitivo ed un primo stanziamento per l’avvio dell’opera
che tuttavia, forse anche a causa della sua scomparsa, non fu mai portata a
termine.
L’eredità
di Giorgio Anselmi.
Giorgio Anselmi rinunciò a formarsi una sua
famiglia. Con il suo testamento volle che fossero beneficiati tra gli altri il
Comune di Valperga e la Provincia di Torino.
Al Comune assegnò un vasto appezzamento
in adiacenza alla sua casa avita, sul quale successivamente sarebbe stato
realizzato il Campo Sportivo.
Alla Provincia di Torino andò il fondo
librario (il “fondo Anselmi”) e tutto il suo archivio. Da questi emerge la
figura di Giorgio Anselmi non solo quale raffinato collezionista, ma anche come
ultimo epigono di una famiglia di studiosi e professionisti che si erano
distinti, in epoche differenti, nel campo degli studi giuridici, medici e
teologico-filosofici; pertanto questi testi riflettono, per la maggior parte,
il tipo di attività professionale, le attitudini e gli indirizzi culturali dei
loro possessori, e assumono, di conseguenza, un carattere di specializzazione
ben definito. In particolare va segnalata una vastissima collezione di
pubblicazioni sulla navigazione interna, che sono un vero e proprio serbatoio
di dati di rilevanza mondiale per chi fa ricerca in questo settore.
Giorgio Anselmi, fra i cittadini più
illustri di Valperga, ha dedicato tutta la sua vita alla sua terra e alla sua
gente, lasciando un patrimonio inestimabile di opere, di idee e soprattutto di
esempio di dedizione e di servizio. Ha ricevuto in vita dai suoi concittadini
affetto, stima e rispetto, e merita certamente che il Comune che gli ha dato i
natali e che è stato da lui molto amato mantenga viva la sua memoria quale
esempio per le generazioni future.
Nota 1. Questo documento è stato preparato nel mese di Febbraio
2005 dall’Associazione Amici di San Giorgio in Valperga – O.N.L.U.S. – a
sostegno della proposta di intitolare a Giorgio Anselmi la piazza antistante la
Chiesa di San Giorgio. Le fonti utilizzate sono:
- Archivio
del Senato della Repubblica
- Archivio
della Provincia di Torino
- Archivio
del Parco Nazionale del Gran Paradiso
- Archivio
privato Dott. Bertotti di Cuorgnè
- Archivio
del Bollettino Parrocchiale della Parrocchia di Valperga
Nota 2.. Va ricordato
che il Senato del Regno, secondo quanto indicato nello Statuto Albertino e
nelle successive modificazioni, era un organo non elettivo (e quindi senza
connotazione politica o partitica), ma composto da membri nominati con Regio
Decreto e appartenenti a varie categorie che davano titolo appunto all’ingresso
nel Consesso Senatoriale. Fra queste categorie quella riguardante l’Anselmi era
la 16a, che comprendeva i “membri dei consigli di divisione dopo tre
elezioni alla loro presidenza”. Proprio in occasione della nomina dell’Anselmi
sorsero alcuni dubbi di legittimità in quanto lo statuto parlava di “elezione”
alla presidenza dei Consigli di Divisione, mentre l’Anselmi fu sì eletto la
prima volta, ma per le successive, essendo stato soppresso il Consiglio di
Divisione, fu nominato con Regio Decreto; i dubbi vennero sciolti a favore
della nomina a Senatore dal Senato stesso con la delibera di convalida del
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Indicato dall’Anselmi anche come
“Crocifisso del frontone”, è entrato a far parte dei reperti artistici
contenuti nella chiesa di San Giorgio solo in tempi relativamente recenti:
infatti, durante i restauri iniziati nel 1936, esso fu rinvenuto frantumato in
parte in un solaio da Vittorio Mesturino, sovrintendente ai monumenti e
responsabile del restauro della chiesa.
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Riconoscendone il pregio artistico (“di
efficace e austero verismo” secondo l’Anselmi) e intuendone la datazione
cinquecentesca, lo stesso Mesturino lo fece sistemare, ricomporre e collocare
in San Giorgio.
Rilievi eseguiti in occasione del recente
restauro hanno in parte confermato le intuizioni del Mesturino: è stato infatti
accertato che le parti principali del Cristo, e cioè la testa, il corpo e gli
arti inferiori, sono scolpiti in un’unica struttura lignea in noce, di epoca
cinquecentesca.
Le braccia invece sono realizzare con
un’essenza lignea diversa dall’originale, probabilmente abete, sono unite al
corpo attraverso un incastro ligneo, e sono il frutto di un intervento
ricostruttivo che, per la tecnica impiegata e per le caratteristiche degli
elementi accessori usati (chiodi a testa piramidale), si può collocare in epoca
ottocentesca.
La croce lignea appartiene probabilmente ad
un intervento ancora successivo di adattamento all’ambiente o alla collocazione
(presumibilmente quello curato dal Mesturino) ed è realizzata con legno di
pioppo.
Il crocifisso era all’origine completamente
dipinto; parte della superficie pittorica (quella che è stato possibile
restaurare) è ancora oggi visibile.
Il crocifisso è rientrato a san Giorgio nel
mese di maggio 2007, il restauro è
stato offerto dalla sig.ra Alma in
memoria di Marco VITTONE.